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Chiusura in calo per le borse europee, in scia alla continua debolezza di Wall Street, già reduce da una brutta seduta ieri........

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a cura di Vincenzo Longo


Mentre gli operatori continuano ad ascoltare il neo presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, oggi in audizione davanti alla Commissione bancaria del Senato, sui mercati regna un certo nervosismo, come dimostra il ritorno delle vendite delle ultime sedute. I principali indici di Wall Street hanno archiviato febbraio con la peggior performance da gennaio 2016.L'S&P500 ha terminato con un calo quasi del 4%, mettendo fine alla scia di rialzi che durava da 10 mesi (non accadeva dal 1958).

Oggi Powell sembra aver aggiustato un pochino la mira rispetto alle dichiarazioni di martedì. Emblematico il passaggio dove ha sottolineato come al momento “non ci siano segnali di surriscaldamento dell’economia”, elemento che lascerebbe presagire come la Fed sia disposta ad accettare un’inflazione temporaneamente più elevata rispetto al target del 2%. Le reazioni del comparto obbligazionario sono state sinora piuttosto contenute, mentre l’equity continua a essere più volatile. A confermarlo è anche l’indice VIX, salito ai massimi da 10 sedute.

Intanto dati piuttosto incoraggianti sono arrivati dal comparto macro. Dopo i dati particolarmente brutti del settore immobiliare, oggi l’indice ISM manifatturiero di febbraio è salito inaspettatamente sopra i 60 punti per la prima volta da maggio 2004. In linea con le attese, invece, le indicazioni sui redditi e consumi personali, con l’indice PCE core, l'indicatore preferito della Fed per misurare le pressioni sui prezzi al consumo, rimasto stabile all’1,5%. Da sottolineare che la riforma fiscale voluta da Trump inizia a produrre effetti. A febbraio, infatti, le aziende americane hanno annunciato programmi di buyback per quasi 154 miliardi di dollari, frantumando così il precedente record di 133 miliardi risalente ad aprile 2015.

In Europa le vendite sono state particolarmente violente sull’indice Dax, che è tornato ad avvicinarsi pericolosamente alla soglia dei 12.000 punti. Fa meglio di tutte Milano, che rimane sorda alle tensioni pre-voto, come dimostra anche lo spread BTp-Bund e quello con il Bono. Arriviamo a questo appuntamento con il sentiment sui mercati che continua ad essere scosso dalla minaccia di un'accelerazione dei rialzi dei tassi della Fed, dai rendimenti sui bond e dall'elevato debito Usa. Un mix che potrebbe contribuire a tenere alta la volatilità anche la prossima settimana.

Tra le valute, l'euro/dollaro rimane sotto pressione e ha aggiornato i minimi da 6 settimane, scendendo sotto area 1,22. L’impressione è che le vendite possano proseguire ancora domani, aprendo a un test all'area di 1,20. Il cambio continua ad essere appesantito dalle deboli indicazioni sull'inflazione arrivate ieri, che confermano in qualche modo i timori di Draghi. Particolarmente penalizzato il cambio Eur/Yen, sceso sotto 130 per la prima volta da 6 mesi, a causa anche del risk off presente sui mercati. Male anche la sterlina, in scia al battibecco tra Ue e Regno Unito sulla questione Irlanda del Nord. Quello che sembrava essere un elemento secondario nell'accordo, si sta dimostrando essere un punto sempre più centrale, che condizionerà i negoziati nei prossimi mesi.

Fonte: IG

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